The Burning Plan: un dolce girotondo di frammenti di vita

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Guillermo Arriaga: un genio che la critica ha definito uno dei più grandi narratori contemporanei. Uno capace di incidere sul suo tempo, di lasciare un segno che resta. Un artista in grado di ‘testimoniare’. Prima nero su bianco, nei suoi straordinari romanzi. Poi al cinema, questa volta con The Burning Plan – Il confine della solitudine.
La vita di Guillermo Arriaga (classe 1958) sembra strappata dalle viscere di uno dei suoi indimenticabili personaggi. Nasce a Città del Messico, cresce fra privazioni e botte in un quartiere dimenticato da Dio e dagli uomini. Ne prende talmente tante da perdere l’olfatto. Ma il profumo amaro della strada non lo scorderà mai. L’unico modo per continuare a (r)esistere è immaginare che il mondo non finisca lì.
Immaginare che da qualche altra parte del mondo le cose vadano diversamente.
I suoi primi testi Arriaga se li scrive con la penna della fantasia nel grande libro del cuore. E capisce subito una cosa. Riportare su carta la vita è impossibile. Troppo complessa, troppo sfaccettata, troppo multiforme. E allora scatta la domanda da un milione di dollari: come prenderla questa maledetta e meravigliosa esistenza? Da che parte afferrarla? La risposta è chiara e semplice: abbracciandola in toto. E rinunciando subito ad ogni tipo di linearità.
E’così che il suo stile (venuto prepotentemente fuori già dai primi testi) muta in un gran bel groviglio di scivoli temporali, puzzle spaziali e sguardi bruciati dall’assoluto.

Guillermo parte dalla terra e punta verso il cielo.
E Inarritu (uno dei registi contemporanei più necessari), innamorandosi del suo sguardo sul mondo e sulle cose, gli affida gli script di “Amores perros“, “21 grammi” e “Babel” (col quale Arriaga vince il premio Oscar).
Intanto lo scrittore messicano medita sul suo futuro e fa un pensierino: passare dietro la macchina da presa. Ma prima butta giù lo scipt de “Le tre sepolture“, magnifico esordio alla regia di Tommy Lee Jones e capisce che in fondo si tratta di un passaggio automatico, spontaneo, naturale. Ottima idea.
Eccoci allora a “The Burning Plain“, presentato con straordinario successo di pubblico e critica allo scorso Festival di Venezia.

Cos’è “The Burning Plain” dunque? Prima di tutto una dolorosa e lancinante riflessione sul concetto di frontiera.
Quella che attraversa la terra e divide corpi, quella che segna l’orizzonte e squarcia il cielo, quella che smazza i destini, riducendoli a frammenti di sé.
The Burning Plain eleva la frontiera a stato di vita e a monumento eterno di precarietà.
Non è un caso che i personaggi che popolano il film siano uomini e donne a metà, entità transitorie perennemente in bilico fra vita e morte, desiderio e rassegnazione, cielo e terra.
Ecco, forse più di tutto il film di Arriaga è un’opera limite sulle terre di mezzo che attraversano la nostra vita. Un fiammeggiante mèlo familiare i cui pezzi, sparpagliati per tutto il Messico, non si ricomporranno (forse) più. Ma è anche una grande lezione di umanità, un dolce girotondo di vite sbandate, spezzate, belle e irregolari come il cinema che le racconta.
Un atto d’amore nei confronti dell’uomo vissuto da due stellari Kim Basinger e Charlize Theron per le quali già si parla di Oscar.
Due mostri sacri che Arriaga
ha saputo dirigere come fin’ora quasi nessun altro.

Non resta che precipitarsi in sala a gustarsi come si deve un film semplicemente indimenticabile.
Distribuisce Medusa.

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