My name is Adil e la storia vera di un pastore, educatore e regista

di Pina Commenta

Si chiama My name is Adil e non è un film di cui si sente parlare. Forse perché è autobiografico, forse perché è di un regista marocchino, di origini marocchine e dopo un’esasperata esterofilia, oggi si vive in un clima di odio terzomondista. Fatto sta che è da vedere. 

Il regista marocchino Adil Azzab racconta la sua vera storia al Corriere della Sera, spiegando come sia arrivato dai pascoli sperduti dell’Africa a Milano con il sogno di sedersi dietro la macchina da presa. Un sogno che adesso è stato realizzato anche grazie ai consigli di un maestro come Salvatores.

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Quello che racconta nella pellicola è quello che realmente gli è accaduto. La sua infanzia è tutta con le pecore che deve accompagnare nei territori aridi africani dove il pericolo è perdere gli agnelli e finire per prenderle di santa ragione. Non è un caso che lui odi il gregge di pecore.

Adil non dice mai precisamente da che zona del Marocco arriva e cita sempre per comodità Fkih Ben Salah, città a sud di Casablanca. La verità è che il suo villaggio è a tre ore di strada da quel paese ed è fatto di case immerse nel nulla, in un luogo senza alcuna speranza.

Cosa succede alle persone che abitano in questa zona? Che hanno voglia di andarsene e di fuggire alla povertà estrema. Praticamente quello che decide di fare Adil che va in Italia insieme al padre. Fugge dalla povertà e riesce ad arrivare a Milano. Ha 13 anni e vive la sua adolescenza nel capoluogo lombardo. Oggi è un educatore in una comunità e studia all’università. Il suo pallino è stato sempre il cinema, perché ha qualcosa da raccontare, qualcosa che vale la pena vedere.

 

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