Di mamma ce n’è una sola?

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Ferragosto di ferie, di viaggi e di vacanze, ma non per loro. Queste quattro arzille vecchiette, alla soglie dei novanta, deluse probabilmente dal comportamento dei propri figli cercano in tutti i modi di trovare un luogo dove trascorrere questi giorni di solitudine ma anche un luogo dove sentirsi accettate, in un certo senso volute. Il pranzo di ferragosto è il momento migliore per parlare di questo problema che ormai si è radicato in ogni strato sociale, nessuno escluso. Una ad una arrivano in casa di Gianni, che vive ormai solo con una madre ingombrante ed iperprotettiva, nonostante l’età, la mamma e la zia dell’amministratore condominiale e la mamma del medico-amico di famiglia. Qui, in due giorni, monopolizzano la quotidianità del povero Gianni che dovrà, a malincuore, sottostare ai loro capricci di bambine un pò cresciute e alle loro continue richieste di attenzione. Il ferragosto è trascorso, il pranzo è stato piacevole, i dissapori contingenti si sono risolti e finalmente Gianni potrebbe riacquistare il suo tempo e la sua casa, ma le quattro ospiti hanno bisogno di lui, di unire le loro rispettive solitudini, di prolungare quanto più è possibile questo tempo di allegria e di diletto.
Il regista del film è Gianni di Gregorio, già collaboratore di Matteo Garrone in alcune delle sue sceneggiature più imprtanti tra cui anche l’acclamatissimo Gomorra, qui alla sua opera prima come regista, che si è fatto subito notare vincendo il premio come migliore opera prima all’ultimo Festival del Cinema internazionale di Venezia. Di Gregorio ha scelto di far interpretare le quattro protagoniste ad attrici non professioniste affinché la spontaneità, propria della terza età, non fosse compromessa da vizi formali. Infatti, come ha più volte dichiarato lo stesso regista, la sceneggiatura è andata cambiandosi secondo l’umore e le personalità in campo, determinando cambiamenti improvvisi che non hanno fatto altro che sottolineare spontaneità e freschezza interpretativa.

Stilisticamente scarno e solare il film guarda attraverso gli occhi disincantati e sinceri delle sue anziane star, mette al centro sentimenti verosimili e comportamenti riconoscibili nella maggior parte dei nostri nonni e nonne, ma senza buonismi e lontani da sceneggiature strappalacrime o falsamente giovanilistiche, non ci saranno gli alieni di Cocoon a rendere queste simpatiche vecchiette immortali o eternamente felici. Non c’è neppure la disperazione per una vita che sta finendo nè la retorica del lieto fine per sottolineare una bontà tout court che nella realtà non esiste. Queste quattro donne portano con se i loro difetti, le loro manie, i loro capricci, e anche le loro piccole cattiverie e meschinità. Ma anche la loro gioia di con-vivere, la loro esperienza di vita, i loro importantissimi ricordi, le loro fragilità, la loro capacità di amare e di provare ancora tormentate o mai sopite passioni. Dopo il discusso film tedesco Wolke Neun, del regista Andreas Dresen, che affronta il grande tabù dell’amore carnale in età avanzata, per lo più con esplicite scene di sesso tra i due anziani protagonisti, anche questo piccolo esperimento italiano mette a nudo, ma solo idealmente, i sentimenti di una generazione ancora viva e vitale che vogliamo costantemente allontanare dal nostro vissuto perché vogliano allontanare da noi stessi ciò che questa rappresenta, l’odiata immagine che si porta dietro, la fine della vita. Ma quest’ultimo momento invece è ancora ricco di sorprese, di cose da fare, di sogni e di necessità di voglia di condividere e di vivere.

L’unico vero attore è Alfonso Santagata, nel ruolo di Luigi l’amministratore del condominio dove abita Gianni, gli altri, sia il medico di famiglia che l’amico assiduo frequentatore del vinaio sotto casa sono veri amici del regista. Questo a sottolineare una scelta ben precisa del regista, quella di voler accorciare sempre di più le distanze tra la rappresentazione e il rappresentato, non come scelta stilistica ma come momento di estrema intimità con la storia. Film divertente, a tratti malinconico, a tratti irritante, ma soprattutto confortante perché, nonostante tutto, possiamo essere fortunati e trovare anche noi in un futuro per ora lontano un Gianni che ci faccia sentire ancora presenti a noi stessi, perché no anche investendo nella maniera migliore i soldi della nostra pensione.

Articolo a cura di Luca Lupo

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