Zero Dark Thirty, è un film non un documentario

di Francesca Commenta

Ripercorrere la caccia a Osama Bin Laden, durata circa un decennio. E’ interessante “Zero Dark Thirty” che è considerato un “buon film” ma non proprio un documentario. Questo perché le dimensioni di una operazione come l’inseguimento del capo dei terroristi a livello mondiale, hanno richiesto forze immense e un impegno economico ed emotivo difficile da raccontare. Il lungometraggio è piaciuto a Leon Panetta, il segretario alla Difesa di Washingthon che dirigeva la Cia all’epoca dell’assalto contro il capo di al Qaida, ma non lo ha convinto più di tanto e lo stesso potrebbe accadere con gli spettatori.

Lo stesso Panetta, del resto, lascerà tra pochi giorni il Pentagono di cui ha assunto la guida a metà 2011, dopo aver diretto per più di due anni l’agenzia dell’intelligence americana.Certo chi è stato protagonista degli eventi ha una sua visione più corretta, che non sempre corrisponde in tutti i punti con il film. Lui, infatti, dice:  io ho vissuto la vera storia. E’ difficile per me sapere tutto il lavoro che è stato fatto, conoscere tutte le persone che hanno lavorato” e bisogna ammettere che “non può essere raccontato in un film di due ore“.

Quello che sarà fornito allo spettatore è comunque una idea buona di quanto avvenuto:

Le persone si faranno il loro giudizio. Alcuni passaggi danno un’immagine fedele del modo in cui funzionano le operazioni di intelligence. Ma il pubblico deve comprendere che non è un documentario, è un film.

L’analista della Cia, in questo caso, è stata interpretata dall’attrice Jessica Chastain. Grazie all’ostinazione di questo personaggio, si è alla fine riusciti a localizzare Bin Laden. Persino la stampa americana non ha potuto non complimentarsi con lei. Tuttavia, per quanto riguarda il film, se ai giornalisti è piaciuto,non sono mancate le critiche di alcuni parlamentari che lo hanno accusato di fare apologia della tortura.

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