Al Pacino riceverà il Marc’Aurelio d’oro come tributo alla sua straordinaria carriera, incarnazione vivente dell’Actors’ Studio, la più grande scuola di recitazione del mondo che qui al Festival è sempre stata di casa. In completo grigio, piuttosto elegante, non alto col suo metro e settanta, con quei 68 anni portati molto bene, con un Premio Oscar per Profumo di donna e un sacco di candidature, sette in tutto, si lascia andare all’aneddoto e allo scherzo, mentre sul palco lo spalleggiano Antonio Monda e Mario Sesti. Questa sera passerà sul tappeto rosso del Festival, che proietterà il suo secondo film da regista, Chinese Coffee, girato nel 2000 ma ancora inedito in Italia.

Una serata tra due amici che s’incontrano per caso, due scrittori sfigati che si ritrovano, si confrontano, si scontrano sui temi eterni del successo e dell’insuccesso, dell’amicizia che in attimo diventa veleno. La regia gli piace e in arrivo ce n’è una terza, ispirata alla “Salome”, la pièce più controversa e scandalosa di Oscar Wilde. Ancora una dichiarazione d’amore al teatro che ha nutrito pure la sua splendida opera prima, scespiriana e postmoderna, Looking for Richard. Confessa più volte, nel corso di questo incontro, di amare il teatro molto più del cinema. Parla dell’Actors’ Studio, Pacino, con i ricordi che scorrono veloci. “E’ la casa degli scrittori e degli attori, qui al Festival vedrete un documentario, Babbleonia dove ne parlo a lungo. È una scuola dove non si paga niente. Dove chiunque, se supera un provino, può entrare, e non importa quanti anni ha, se ha le conoscenze giuste e da dove viene. Se venite accettati, siete membri dell’Actors Studio, a vita”.

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