Taxi Teheran: il film vincitore a Berlino, in uscita il 27 agosto

di Pina Commenta

“Taxi Teheran” è il film vincitore dell’Orso d’oro all’ultimo Festival di Berlino. Il regista Jafar Panahi ha presentato a Berlino questo lavoro che ha girato seduto al volante di un taxi, percorrendo le animate strade di Teheran. In balia dei passeggeri che si susseguono e si confidano con lui, il regista tratteggia il ritratto della società iraniana di oggi, tra risate ed emozioni.

Queste le parole del regista:

Dopo THIS IS NOT A FILM (IN FILM NIST) e CLOSED CURTAIN (PARDÉ), sentivo di avere bisogno di fare uscire a tutti i costi la mia videocamera dal confinamento delle mura di casa. Aprivo le finestre, guardavo la città di Teheran e cercavo un’alternativa. Se avessi posizionato la mia videocamera in una qualunque strada avrei immediatamente messo in pericolo la troupe e il film sarebbe stato interrotto. Ho continuato a contemplare il cielo. Le nuvole formavano delle belle immagini. Un giorno mi sono detto che mi avevano proibito di fare dei film, ma non delle fotografie. E così ho scattato la mia prima fotografia. Ho passato un anno intero con la testa tra le nuvole a fotografare il cielo. In seguito, ho girato tutti i laboratori che disponevano dei mezzi tecnici per procedere a un ingrandimento di una selezione delle mie immagini, ma hanno tutti trovato una scusa per rifiutarsi di fare il lavoro.

Un giorno, sconfortato, ho preso un taxi per tornare a casa. Due passeggeri discutevano a voce alta mentre io riflettevo su cos’altro avrei potuto fare. Niente più film, niente più foto, forse non mi restava altro che diventare tassista e ascoltare le storie dei passeggeri… Ed ecco scoccare una scintilla: visto che i miei primi film erano tutti ambientati nella città, a quel punto avrei potuto cercare di fare entrare la città nel mio taxi. E così, giorno dopo giorno facevo delle corse in taxi per ascoltare i racconti dei passeggeri. Alcuni mi riconoscevano, altri no. Parlavano delle loro difficoltà e dei loro problemi quotidiani. E a un certo punto, ho preso il mio cellulare e ho cominciato a filmare. Di primo acchito, l’atmosfera è cambiata e uno dei passeggeri mi ha persino detto: «Per favore, spegni quell’aggeggio così almeno qui possiamo parlare a nostro piacimento». Ho capito che non avrei potuto fare un documentario senza mettere in pericolo i passeggeri. Il mio film avrebbe dovuto prendere la forma di una docu-fiction. Ho scritto una sceneggiatura e in seguito mi sono messo a riflettere su come portarla sullo schermo. […]

Ho realizzato numerose copie di riserva del mio primo montaggio e le ho nascoste in una serie di città diverse. Solo in quel momento ho finalmente avuto la certezza di avere il mio film senza correre il rischio che qualcuno potesse metterci le mani sopra. Sollevato, ho in seguito potuto concludere il montaggio. Il film è costato in totale 100 milioni di toman (circa 32.000 euro). L’intera troupe ha accettato un salario ridotto e molti dei miei attori hanno rifiutato di essere pagati. Ogni anno dei rappresentanti della Berlinale vengono in Iran per visionare i nuovi film. Anke Leweke, membro del comitato di selezione, ha visto il mio. Due settimane dopo mi ha confermato che il film era invitato nella sezione ufficiale del concorso.

 

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